
La macchina rossa
Nella casa
dove ho abitato fino ai nove anni c’era una soffitta misteriosa. Un sottotetto
non intonacato. Con le tegole a vista. E le travi basse di polvere. La luce attinta
da una lampadina tremante. Forse, nell’area comune, un lavatoio. Ma non ne sono
certo.
Ero in
quell’età – tre quattro anni – in cui si confonde la realtà con il mondo delle
favole. E, benché non vi avessi mai visto topi, l’ho sempre immaginata popolata
da topolini con lunghe code. Pacifici dominatori di quegli anditi.
Avevo
sentito parlare del bandito Giuliano e – chissà perché – pensavo si celasse
ancora in quella oscurità. Di sicuro nella soffitta c’era tutta la roba
dell’albero di Natale e del presepe. Le palline brillanti e fragilissime. Le
statuine riposte da mio padre, con l’esagerata maniacalità che ho ereditato, in
un tripudio di arida carta di giornale.
Ci andavo
sempre con mia madre e la donna di servizio. Mia madre si muoveva con cautela e
ribrezzo. E parlava continuamente, credo per darsi coraggio.
Una volta,
durante una di queste perlustrazioni, vidi in fondo in fondo una macchina a
pedali rossa. Fiammeggiante nonostante il buio e la polvere. L’immagine mi
catturò ma esitai a chiedere. Poteva essere reale una meraviglia del genere? E
come faceva a stare là, tra le cose che non si usavano più, un oggetto che non
ricordavo fosse stato mai usato? Non dissi niente.
Ma la
curiosità, il desiderio di possesso, prevalsero alla successiva occasione. La
mia richiesta suscitò risposte evasive. Maldestri tentativi di distrarmi. Poi,
dopo un consulto con mio padre (l’unico abilitato a prendere le decisioni
importanti), mia madre mi svelò il mistero.
La macchina
rossa a pedali era stata comprata a mio fratello maggiore quando io ero appena
nato. Lui poi si era ammalato di poliomielite e non aveva più potuto usarla.
Quindi, per non farlo innervosire, ne avevano impedito la visione a lui. E
l’utilizzo a me.
Io non dissi
niente. Avevo capito da un pezzo che tutto l’universo di casa mia girava
intorno all’esigenza di non far innervosire mio fratello. Del resto per lo
stesso motivo io non ho mai avuto un triciclo.
Ma i miei si
resero conto, almeno quella volta, dell’assurdità del loro modello pedagogico.
E alla fine la macchina fu portata giù.
Era proprio
un gioiello. Di vero metallo. Le luci. Il clacson, gli sportelli che si
aprivano, i sedili di pelle color carta da zucchero. I tergicristalli che si
muovevano azionati da una batteria. Avevamo una terrazza smisurata e lì la
macchina fu collocata. Mi furono comprate spugnette e un panno di daino per
giocare a pulirla e accudirla. Finalmente un gioco che avesse un senso!
Mio fratello
alla riapparizione della macchina e a tutto questo mio lavorio restò del tutto
indifferente.
Renato
Romano – La macchina rossa
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