gli stivali a fisarmonica


La cava de onice (dal libro GLI STIVALI A FISARMONICA – Battello Stampatore)

 

Il Carso è, per Trieste, qualcosa di molto diverso da quello che rappresentano, per Bologna, i docili colli che la circondano. O i paesi dei Castelli, per Roma.

C’è qualcosa di più profondo, di più irrisolto, che lega Trieste al Carso. Così prossimo alla splendida città celeste, distesa sul mare. Eppure così diverso. Così impenetrabile.

L’altrove più vicino, direbbe la mia amica Loretta, replicando il titolo del bel film di Elisabetta Sgarbi.

La prima volta che ho visto il Carso è stato nel 1979, per un rocambolesco giro al seguito di mia cugina Marina.

Nata a Trieste, figlia di Mario, il fratello maggiore di mio padre. Io avevo vent’anni e Marina trenta.

Era il mese di luglio. Marina guidava, come sempre, disinvolta e spedita, caracollando quei paesini minuscoli, e le infinitesimali frazioni che li compongono.

Me li nominava tutti. Senza scendere dall’auto. Da ovest verso est. O, meglio, “dall’Italia, verso la Jugo”. Come prescriveva l’uso linguistico locale, per me allora misterioso.

Trovavo un po’ assurdo, in verità, che gli italianissimi triestini, dicessero però “da voi in Italia….,” riferendosi a tutto il resto della penisola. Trieste esclusa.

Marina inanellava nomi fascinosi che non sapevo mi sarebbero divenuti familiari, di lì a pochi anni. Duino, Malchina,  Prepotto, Sgonico, Sales, Samatorza, San Pelagio, Monrupino, Opicina. E via, via, andando verso la Jugo, Trebiciano, Padriciano, Basovizza, Mattonaia, San Dorligo, Bagnoli della Rosandra, San Giuseppe della Chiusa.

Mia cugina sciorinava quel torrente di nomi. Non so con quale effettiva speranza che qualche goccia di quel flusso  riuscisse davvero ad essere trattenuta nel serbatoio già sovraccarico della mia memoria.

Di sicuro il mio immaginario venne infilzato da alcune parole. Osmiza, in particolare. Che mia cugina evocò più volte in corrispondenza di misteriose frasche che spuntavano da cancelli o muretti di pietra. E anche a qualche incrocio.

E poi, dappertutto, un intricato verde di boscaglia e arbusti. Quercioli, pini, faggi. Qualche tiglio. E salvia, finocchio selvatico. Nel sottobosco edera, felci, muschi. E il sommacco, che incendia l’autunno di un furore di tinte: ocra, arancio, rosso di Marte, rosso rubino, ruggine... Insomma tutto così diverso dal mito pietroso tramandatoci dalla letteratura della Grande Guerra. Il Carso mi si svelava verdissimo.

Ci sarei tornato pochi mesi dopo, a gennaio del 1980, Il Carso d’inverno. Di quegli inverni più rigidi di adesso.

Con la bora che tormentava e disperdeva il filo di fumo, dai camini di pietra. E, intorno, un gelido e aspro odore di legna bruciata.

Dal 1987 ho casa a Trieste. E il Carso è un luogo abituale, ma non meno stupefacente.

Le case con l’aia abbracciata da alti muri di pietra. E di pietra anche le grondaie delle case. Ai cancelli, spesso, una coroncina di steli e bacche, ogni anno bruciata nei fuochi di San Giovanni, per far posto a quella nuova.

Da diversi anni il Carso significa soprattutto la casa accogliente di Fabrizia a San Pelagio, così ospitale che mi sembra quasi di avercela una casa in Carso.

Una casa, un luogo, incantevole in ogni stagione. L’inverno le pigne crepitano assieme ai ciocchi nella stufa. D’estate il fresco sotto la pergola. E, poco distante, un campo punteggiato di ulivi argentati.

La casa di Fabrizia e Giampiero è anche punto di inizio e di approdo di passeggiate che talvolta -involontariamente- sconfinano in escursioni.

Quel lembo del Carso è disseminato di meraviglie. Le trincee, i Castellieri. Gli stagni di Slivia. La vecchia fornace, il cimitero austroungarico. Luoghi raggiungibili per sentieri lievemente tracciati e spesso invasi da una sterposa vegetazione che li rende poco percepibili.

Non di rado per quella trama intricata di terra, foglie, arbusti e pietre ci siamo persi. Qualche volta anche braccati dall’incombente buio invernale.

Ma la madre di tutte le ricerche è stata sicuramente la dismessa cava de onice. Cercata più volte a vuoto.

E infine raggiunta.

Confesso che ne risultai, all’inizio, un po’ deluso.

Mi aspettavo, in coerenza con il nome così evocativo. qualcosa di simile alla Camera d’Ambra del Palazzo di Caterina alle porte di San Pietroburgo. Un qualcosa che brillasse.

Di allusivamente prezioso. Trovai invece, delle meste pareti che limitavano una profondità semicoperta dalla vegetazione, con deboli riflessi bronzei o ramati.

Ma la delusione, indotta dalla famosa legge di contrasto, è stata transitoria.

La contenuta lucentezza delle pareti della ex cava era in effetti largamente compensata dalla profondità fascinosa del baratro. Dallo stupefacente panorama su cui quelle rocce -come una naturale, gigantesca, quinta teatrale- si affacciavano.

E, ogni tanto, il frullo improvviso di uccelli che, dagli spessi cespugli, si levano in volo.

Ci sono tornato più e più volte, continuando a perdermi. E, ora lo posso dire. La cava de onice è stupenda.